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Cos'è il Brand Voice

Il Brand Voice è la personalità verbale di un marchio, documentata in modo deliberato perché resti riconoscibile anche quando cambiano le persone che scrivono per lui. Non va confuso con il Tone of Voice, che è la sua declinazione caso per caso: il Brand Voice è ciò che non cambia mai, il tratto di fondo da cui ogni tono, in ogni contesto, deve comunque riconoscersi. Il caso più citato di un Brand Voice tenuto identico per decenni è quello costruito da Bill Bernbach e dalla DDB per Volkswagen, a partire dal 1959.

La definizione

Il Brand Voice è la personalità verbale di un marchio: i tratti che restano riconoscibili in ogni testo che produce, indipendentemente da chi lo scrive materialmente in un dato momento. È un asset della marca, al pari di un logo o di una palette di colori, solo che invece di vivere nell’identità visiva vive in come la marca sceglie le parole, costruisce le frasi e si rivolge a chi legge.


Brand Voice e Tone of Voice: la stessa cosa?

I due termini vengono usati in modo intercambiabile, ma indicano due livelli diversi dello stesso sistema. Il Tone of Voice è come quella personalità si adatta al contesto specifico: una marca può restare sé stessa parlando con leggerezza in un post social e con sobrietà in una comunicazione su un disservizio. Il Brand Voice è invece il tratto di fondo che non cambia mai, quello che permette a chi legge di riconoscere la marca anche quando il tono, sulla superficie, è molto diverso da un testo all’altro.


Un esempio che ha retto decenni: Volkswagen e DDB

Il caso più citato di un Brand Voice costruito in modo deliberato e mantenuto nel tempo è quello che Bill Bernbach e la Doyle Dane Bernbach costruiscono per Volkswagen a partire dal 1959, con Think Small. Il registro è colloquiale e autoironico: frasi brevi, un aneddoto concreto per paragrafo, un’agenzia americana che parla al lettore come farebbe un collega, non come farebbe un venditore. Lo stesso registro attraversa l’intera campagna successiva, incluso «Lemon», l’annuncio che ammette un difetto di fabbrica invece di negarlo, e resta riconoscibile per decenni, anche quando cambiano i copywriter che materialmente scrivono i singoli annunci: la prova che un Brand Voice ben costruito appartiene alla marca, non alla persona che in un dato momento lo interpreta.


Come si documenta un Brand Voice

Un Brand Voice lasciato all’istinto di chi scrive in un dato momento si perde, testo dopo testo, non appena più persone iniziano a produrre contenuti per la stessa marca. La pratica più diffusa per evitarlo è una scheda che dichiara pochi tratti di personalità, ciascuno accompagnato da esempi concreti di frasi coerenti e frasi da evitare: non basta scrivere che una marca è “amichevole”, serve mostrare cosa “amichevole” significa in pratica e cosa invece scivola nell’eccesso opposto, la finta confidenza. Il documento serve esattamente a questo: rendere verificabile una qualità che altrimenti resterebbe affidata al gusto individuale di chi scrive.


Cosa non è un Brand Voice

Non è lo stile visivo della marca. Un font, una palette di colori o un layout possono rafforzare una personalità verbale, ma restano un sistema distinto: due marchi possono condividere lo stesso registro linguistico e avere identità visive opposte.

Non è una lista di parole vietate. Un Brand Voice ridotto a un elenco di termini da evitare descrive cosa la marca non è, non cosa è davvero: un documento utile parte dai tratti positivi di personalità e li mostra in azione, non si limita a censurare.

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