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Persuasione
Il curiosity gap è la distanza tra quello che si sa e quello che si vorrebbe sapere. Secondo la teoria di George Loewenstein (1994), quando quel vuoto diventa evidente lo si percepisce come una piccola privazione, e si è spinti a colmarlo. È il motore delle headline di curiosità, da «Ridevano quando mi sono seduto al pianoforte» di John Caples ai «semi di curiosità» che Joseph Sugarman semina alla fine di ogni paragrafo. Funziona quando la promessa mantiene: quando il vuoto è gonfiato e la risposta delude, diventa clickbait.
George Loewenstein, nel 1994, ha proposto la teoria del divario di informazione: la curiosità nasce quando l’attenzione si posa su un vuoto tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere. Una volta che il vuoto è evidente, lo percepiamo come una piccola privazione e siamo spinti a colmarlo. Un punto della teoria è spesso trascurato: la curiosità è più intensa quando il vuoto è piccolo, quando cioè si sa già abbastanza da rendersi conto di cosa manca. Su un argomento di cui non si sa nulla, il vuoto è troppo grande e non incuriosisce.
L’esempio da manuale è la headline che John Caples scrive nel 1925 per una scuola di musica per corrispondenza, «Ridevano quando mi sono seduto al pianoforte»: la frase apre una scena e ne trattiene il seguito. Caples stesso, però, in Tested Advertising Methods, colloca le headline di sola curiosità tra le più deboli quando non sono unite a un interesse concreto del lettore. Il vuoto funziona meglio quando punta a qualcosa che chi legge già desidera.
Nel manuale di Joseph Sugarman, i “semi di curiosità” sono frasi brevi alla fine di un paragrafo che aprono una piccola domanda a cui il paragrafo dopo risponde: è il modo in cui Sugarman tiene il lettore sullo “scivolo scorrevole”. Un’altra strada è quella di Howard Gossage, che costruiva annunci in cui il lettore doveva fare qualcosa, rispondere, spedire un tagliando, invece di limitarsi a leggere.
Nella prima metà degli anni Dieci del Duemila il curiosity gap è diventato la formula standard dei titoli di certi siti: «non crederai a cosa è successo dopo». Le piattaforme hanno poi penalizzato quei titoli, e il pubblico ha imparato a diffidarne. Il curiosity gap è una promessa: se il contenuto non consegna la cosa precisa che il titolo ha lasciato intravedere, l’effetto immediato è il clic, quello a lungo termine è la perdita di fiducia.
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