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Glossario

Cos'è il Positioning

Il Positioning è il principio, messo per iscritto da Al Ries e Jack Trout a partire dal 1969 e poi nel libro Positioning: The Battle for Your Mind (1981), secondo cui una marca non si posiziona nel prodotto ma nella mente di chi compra. Non significa cambiare cosa si vende, ma decidere quale singola idea occupare in un mercato già affollato di messaggi simili. È il principio dietro «We Try Harder» di Avis, un caso che David Ogilvy definì di "posizionamento diabolico" anni prima che il termine avesse un nome.

La definizione

Il Positioning è un principio semplice da enunciare e facile da fraintendere: non riguarda il prodotto, riguarda la mente di chi lo compra. Nella formulazione originale di Al Ries e Jack Trout: “Positioning is not what you do to a product. Positioning is what you do to the mind of the prospect.” Non si posiziona un prodotto modificandolo; si posiziona occupando, nella testa di chi legge un annuncio, uno spazio che nessun altro concorrente occupa già con la stessa forza.

L’idea centrale è controintuitiva rispetto al modo in cui la pubblicità viene spesso descritta: Ries e Trout sostengono che l’obiettivo non sia creare qualcosa di nuovo nella mente del pubblico, ma riorganizzare connessioni che ci sono già. Il pubblico non è una pagina bianca su cui scrivere: è una mente già piena di marche, categorie e associazioni, e il compito del positioning è trovare un punto libero in quello spazio affollato, non aggiungere altro rumore.


Da dove viene il termine

Al Ries, che a New York dirigeva una propria agenzia, chiamava l’idea di fondo “the rock”, la roccia: un punto fermo su cui costruire una strategia di comunicazione. È Jack Trout, allora un suo account executive, a suggerire di chiamarla “posizione” invece che “roccia”.

Il termine compare per la prima volta in un articolo del 1969 su Industrial Marketing, intitolato “Positioning is a game people play in today’s me-too market place”. Si sviluppa poi in una serie in tre parti su Advertising Age, nell’aprile e maggio del 1972, intitolata “The Positioning Era”. Solo nel 1981 diventa un libro, Positioning: The Battle for Your Mind, che lo consacra come uno dei concetti più citati nella storia del marketing.


L’esempio più citato: Avis

Il caso che ogni manuale di positioning cita per primo è “We Try Harder”, la campagna Avis del 1962, firmata dalla copywriter Paula Green per l’agenzia di Bill Bernbach. Avis perdeva soldi da tredici anni consecutivi e inseguiva Hertz senza speranza. Invece di negare la propria seconda posizione, la campagna la rivendica come ragione per impegnarsi di più: niente attacco diretto al leader, solo l’elenco delle prove quotidiane, posacenere puliti, serbatoi pieni, code più corte.

La cronologia è questa: la campagna Avis è del 1962, sette anni prima che il termine “positioning” venisse coniato. Non nasce come applicazione della teoria di Ries e Trout: la teoria arriva dopo, e trova in Avis l’esempio perfetto già pronto. Lo notò per primo, curiosamente, un rivale professionale di Bernbach: David Ogilvy definì quel lavoro un caso di posizionamento diabolico, anni prima che la parola avesse un manuale a sostegno.


La scala mentale

Ries e Trout descrivono ogni categoria di prodotto come una scala nella mente del consumatore: ogni marca occupa un gradino, e la maggior parte delle persone ricorda solo i primi due o tre gradini di ogni scala. Da questo modello discendono due strategie opposte:

Occupare il primo gradino, quando è ancora libero: la marca che arriva per prima in una categoria nuova tende a restare, nella mente del pubblico, sinonimo di quella categoria.

Posizionarsi contro il primo gradino, quando è già occupato: non provare a scalzare il leader sul suo stesso terreno, ma rivendicare apertamente una posizione diversa e usarla come argomento, esattamente come fa Avis con la propria seconda posizione.


Positioning e USP: due domande diverse

È facile confondere il Positioning con la Unique Selling Proposition di Rosser Reeves, ma rispondono a domande diverse. La USP chiede: cosa promette il prodotto, ed è un beneficio unico e abbastanza forte? È un test sul contenuto della proposta. Il Positioning chiede invece: dove finisce quella proposta nella mente di chi la riceve, rispetto a tutte le altre marche della stessa categoria? È un test sulla collocazione, non sul contenuto.

Le due cose non coincidono automaticamente: un prodotto può avere una USP solida, un beneficio vero e specifico, e un posizionamento confuso, se quel beneficio non lo distingue abbastanza dai concorrenti nella mente di chi legge. Può anche succedere il contrario: un posizionamento chiaro costruito su una promessa debole, che regge finché nessuno la mette alla prova.


Due equivoci frequenti

Il positioning non è un’invenzione di Ries e Trout. Il principio per cui un’azienda deve occupare uno spazio distinto nella mente del pubblico non nasce con loro: secondo diversi storici della pubblicità, Theodore MacManus lo applicava già negli anni Dieci e Venti del Novecento, costruendo per Cadillac un’immagine di leadership invece di un elenco di caratteristiche tecniche, decenni prima che il termine esistesse. Il contributo specifico di Ries e Trout è averlo nominato, sistematizzato e reso una disciplina insegnabile, non averlo scoperto per primo.

Occupare il primo gradino non è una garanzia permanente. Essere primi in una categoria aiuta, ma non protegge da un concorrente che ridefinisce la categoria stessa, come fa 7-Up quando smette di competere con le cole e inventa la propria, “l’Uncola”.

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